Eudechio Feleppa
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Inerzie

Serie inclusa nel ciclo della stanchezza
Questo ciclo di lavori propone l'immagine della stanchezza come chiave interpretativa della nostra epoca. Qualcosa si è esaurito, è scaduto, è divenuto privo di forza. In contrasto solo apparente con questa stanchezza di fondo il nostro tempo sembra sostenuto da una corrente eccitatoria permanente. Come intendere questa oscillazione bipolare tra frenesia e stanchezza? Ho puntato lo sguardo sulla generazione cui appartengo, quella nata negli anni 70' e diventata adulta nei 90’, quella parte che venne raccontata con una narrazione euforica come la generazione che avrebbe avuto finalmente l’energia per condurre l’Italia fuori dalla sua crisi di invecchiamento. Ma la storia ci ha consegnato uno scenario reale (economico, politico, sociale) che negli ultimi decenni ha mostrato un cambiamento di segno del futuro nella civiltà occidentale contemporanea. La mia generazione è stata definita una «generazione perduta, immobile, disillusa, che oscilla tra psicologi e psicofarmaci, tra lavoro e non lavoro, tra presente e passato, senza la benché minima parvenza di un ancoraggio verso il futuro». I sintomi attuali hanno questa radice in comune: scaturiscono da una specie di affaticamento del desiderio stesso. La vita nel tempo della sua primavera tende a contrarsi, a chiudersi su se stessa, a ripiegarsi. È questo il fondale emotivo su cui vengono tessute oggi le realtà individuali.
In questo tornante non è in gioco l' esperienza della perdita di tutti i valori, lo spettro minaccioso del nulla, della morte di Dio come accadde alle soglie del Novecento. Oggi quel grande smarrimento ontologico lascia il posto al frastuono della vita spensierata, all' homo felix dedito alla ricerca compulsiva della "sensazione", prigioniera della idolatria degli oggetti, integralmente esteticizzata. Al centro non v'è più il nulla che minaccia l'essere, ma un troppo pieno che ottunde, un eccesso di presenza, una mancanza della mancanza, come direbbe Lacan.
Dobbiamo provare a leggere la stanchezza attuale dell'occidente non solo come l'effetto di una disillusione fondamentale delle false promesse di felicità del capitalismo, ma anche come una domanda di un altro mondo possibile. Essa contiene già in sé una domanda latente di pausa, di sconnessione dalla connessione perpetua a cui siamo "obbligati", contiene già una esigenza positiva di silenzio.

Inerzie (2017/in corso) è un’esperienza percettiva nel mondo della materia. Un viaggio tattile nel regno delle cose. Sono oggetti che non appartengono né alla realtà interna né al mondo esterno ma si situano in uno spazio potenziale tra i due, in una dimensione transizionale. Alla base di questo scambio con il mondo c'è un bisogno di gravitazione, di deposizione, di caduta nelle cose. È un esercizio mimetico di immobilità cui segue poi la tentazione di svanire nello sfondo. Questo "passaggio all'esterno" produce una benefica sensazione di esonero che libera dal fardello della propria presenza. Una benefica sensazione di espatrio della vitalità che va incontro al bisogno potente di non avere più a che fare con se stessi, di archiviarsi, di mettersi da parte, di essere liquidati in favore di un'alterità benigna perché capace di farsi sentire al proprio posto. Ecco il passaggio: la stanchezza, sotto l’impulso della "forza negativa" dell’inerzia, riconsegna il soggetto a una nuova positività, diversa e contraria all’iper-attività costante, convulsa e stereotipata che ci rende quotidianamente dei meri funzionari soggetti a reazioni impulsive.

Inerzie attualmente include Anatomia, ricerca della struttura essenziale di oggetti concreti; e Interfaccia, una riflessione sulla superficie come permeabile luogo di confine nello spazio di relazione tra interno ed esterno.

Testo di approfondimento
Il soggetto preso da questo sentimento di immobilità profonda si sottrae completamente al principio di prestazione. L’atmosfera fondamentale che lo circonda diviene lo stupore per l’essere-così delle cose. Mentre la stanchezza dell’Io è solitaria, è priva di mondo, questa stanchezza profonda è invece fiduciosa di mondo, rende infatti possibile soffermarsi, indugiare su ciò che ci circonda. Questa stanchezza fondamentale è allora tutt’altro che uno stato di esaurimento, nel quale ci si sente incapaci di fare alcunché. Essa diviene piuttosto quella particolare facoltà che è l’ispirazione, un elevarsi dell’anima. Si tratta di accedere a un’attenzione completamente diversa, a forme prolungate e lente che si sottraggono alla tipica iperattenzione breve e veloce della nostra società. Questa stanchezza profonda allenta l’identità dell’Io e lascia che le cose si facciano permeabili e perdano qualcosa della loro nettezza, per ritrovare così tutta la loro realtà.

Inerzie / anatomia
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