Eudechio Feleppa

Inerzie | in corso

Serie inclusa nel ciclo della stanchezza

Un giorno ho incontrato nello sguardo di un mio coetaneo, nell’abituale frenesia dei suoi sorrisi, un dolore irrimediabile. Ho intravisto, dietro quella maschera di ilarità, il franante sentimento di inadeguatezza e smarrimento di una generazione. Questo ciclo di lavori propone l'immagine della stanchezza come chiave interpretativa della nostra epoca. Qualcosa si è esaurito, è scaduto, è divenuto privo di forza.

In contrasto (solo apparente) con questa stanchezza di fondo il nostro tempo sembra però sostenuto da una corrente eccitatoria permanente. Come intendere questa oscillazione bipolare tra frenesia e stanchezza? Ho puntato lo sguardo sulla generazione cui appartengo, quella nata negli anni 70' e diventata adulta nei 90’, quella parte che venne raccontata con una narrazione euforica come la generazione che avrebbe avuto finalmente l’energia per condurre l’Italia fuori dalla sua crisi di invecchiamento. Ma la storia ci ha consegnato uno scenario reale (economico, politico, sociale) che negli ultimi decenni ha mostrato un cambiamento di segno del futuro nella civiltà occidentale contemporanea. Nel 2012 la mia generazione è stata definita una «generazione perduta», immobile, disillusa, che oscilla tra psicologi e psicofarmaci, tra lavoro e non lavoro, tra presente e passato, senza la benché minima parvenza di un ancoraggio verso il futuro. È questo il fondale emotivo su cui vengono tessute oggi le realtà individuali. I sintomi attuali hanno questa radice in comune: scaturiscono da una specie di affaticamento del desiderio stesso. La vita tende a contrarsi, a chiudersi su se stessa, a ripiegarsi. (Quietland - Spat)

Questa volta non è in gioco l' esperienza della perdita di tutti i valori, lo spettro minaccioso del nulla, della morte di Dio come accadde alle soglie del Novecento. Oggi quel grande smarrimento ontologico lascia il posto al frastuono della vita spensierata, all' homo felix dedito alla ricerca compulsiva della "sensazione", prigioniera della idolatria degli oggetti, integralmente esteticizzata. Al centro non v'è più il nulla che minaccia l'essere, ma un troppo pieno che ottunde, un eccesso di presenza, una mancanza della mancanza, come direbbe Lacan. Dobbiamo provare a leggere la stanchezza attuale dell'occidente non solo come l'effetto di una disillusione fondamentale delle false promesse di felicità del capitalismo, ma anche come una domanda di un altro mondo possibile. Essa contiene già in sé una domanda latente di pausa, di sconnessione dalla connessione perpetua a cui siamo "obbligati", contiene già una esigenza positiva di silenzio.(Inerzie)



Una stanchezza fiduciosa di mondo.

Inerzie è il tentativo di restituire il senso di una esperienza percettiva straniante nei confronti del presente. Una forma mimetica di immobilità seguita poi dalla tentazione di svanire nello sfondo. Una gravitazione, una deposizione, una caduta nelle cose. Questo sottile cambio di prospettiva ha prodotto in me una sensazione benefica di espatrio che è andato incontro al bisogno potente di non avere più a che fare con me stesso, di archiviarmi e mettermi da parte.

Inerzie attualmente include Anatomia, ricerca della struttura essenziale di oggetti concreti; e Interfaccia, una riflessione sulla superficie come permeabile luogo di confine nello spazio di relazione tra interno ed esterno.


Testo di approfondimento
Questo sentimento di immobilità profonda può sottrarci dall’ansia utilitaria, dall’assillo della prestazione in quanto l’atmosfera fondamentale che ci circonda diviene lo stupore per l’essere-così delle cose. Inerzie infatti liberando gli oggetti da uno scopo, restituisce una forma all’inutile e all’immaginario. Ogni oggetto in Inerzie è il simbolo residuo della gratuità. Questa stanchezza fondamentale può essere allora tutt’altro che uno stato di esaurimento nel quale ci si sente incapaci di fare alcunché. Questa stanchezza profonda è allora fiduciosa di mondo, rende possibile soffermarsi, indugiare su ciò che ci circonda. Inerzie non è né un invito al quietismo né un elogio del dominio sulle cose. È il tentativo di indagare quell’unità inaccessibile che c’è nel legame tra l’individuo e l’essere delle cose. Un pensiero emotivo che fa esperienza del senso di stupore di fronte a una realtà continuamente mutevole e che sempre un po’ ci sfuggirà.
Inerzie / anatomia
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