Eudechio Feleppa
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Quietland

Serie inclusa nel ciclo della stanchezza
Questo ciclo di lavori propone l'immagine della stanchezza come chiave interpretativa della nostra epoca. Qualcosa si è esaurito, è scaduto, è divenuto privo di forza. In contrasto solo apparente con questa stanchezza di fondo il nostro tempo sembra sostenuto da una corrente eccitatoria permanente. Come intendere questa oscillazione bipolare tra frenesia e stanchezza? Ho puntato lo sguardo sulla generazione cui appartengo, quella nata negli anni 70' e diventata adulta nei 90’, quella parte che venne raccontata con una narrazione euforica come la generazione che avrebbe avuto finalmente l’energia per condurre l’Italia fuori dalla sua crisi di invecchiamento. Ma la storia ci ha consegnato uno scenario reale (economico, politico, sociale) che negli ultimi decenni ha mostrato un cambiamento di segno del futuro nella civiltà occidentale contemporanea. La mia generazione è stata definita una «generazione perduta, immobile, disillusa, che oscilla tra psicologi e psicofarmaci, tra lavoro e non lavoro, tra presente e passato, senza la benché minima parvenza di un ancoraggio verso il futuro». I sintomi attuali hanno questa radice in comune: scaturiscono da una specie di affaticamento del desiderio stesso. La vita nel tempo della sua primavera tende a contrarsi, a chiudersi su se stessa, a ripiegarsi. È questo il fondale emotivo su cui vengono tessute oggi le realtà individuali.
In questo tornante non è in gioco l' esperienza della perdita di tutti i valori, lo spettro minaccioso del nulla, della morte di Dio come accadde alle soglie del Novecento. Oggi quel grande smarrimento ontologico lascia il posto al frastuono della vita spensierata, all' homo felix dedito alla ricerca compulsiva della "sensazione", prigioniera della idolatria degli oggetti, integralmente esteticizzata. Al centro non v'è più il nulla che minaccia l'essere, ma un troppo pieno che ottunde, un eccesso di presenza, una mancanza della mancanza, come direbbe Lacan.
Dobbiamo provare a leggere la stanchezza attuale dell'occidente non solo come l'effetto di una disillusione fondamentale delle false promesse di felicità del capitalismo, ma anche come una domanda di un altro mondo possibile. Essa contiene già in sé una domanda latente di pausa, di sconnessione dalla connessione perpetua a cui siamo "obbligati", contiene già una esigenza positiva di silenzio.

Quietland (2015/in corso) è un racconto che mette in relazione l’isolamento emotivo dell’individuo contemporaneo e un paesaggio che irrompe come una scenografia senza luogo, incapace di redimere e liberare dal torpore. Un percorso di osservazione compiuto all’interno di una piccola provincia del sud Italia. Qui ho cercato l’interazione con uno spazio emotivo più che con un territorio specifico. Il lavoro unisce diversi strati di lettura confondendo i margini tra esperienza personale, memoria e immaginazione.

Testo di approfondimento
IL CONTESTO
Viviamo in un'epoca dominata da quelle che Spinoza chiamava le "passioni tristi”. Con quella espressione il filosofo non si riferiva alla tristezza del pianto, ma all'impotenza e alla disgregazione. Dominati dal diktat della positività assoluta, soggiacciamo a un esaurimento e a uno sfinimento emotivo, dovuto alla positivizzazione di tutte le nostre attività, rispetto al poter fare illimitato e al dovere di prestazione. Le patologie oggi più diffuse sono la depressione, la sindrome da deficit di attenzione o iperattività, il disturbo borderline di personalità o la sindrome da burnout. Tutte patologie che derivano da un eccesso di positività. È il terrore di non essere all’altezza delle proprie aspettative, qui ed ora, nella situazione di performance che ogni singolo individuo sente di dover offrire, ma che in effetti pretende prima di tutto da se stesso. Il lamento interiore di questo soggetto non corrisponde a un “niente è più possibile”, ma alla paura della propria inadeguatezza a fronte del fatto che “niente è impossibile”. Il non riuscire a essere a questa altezza conduce il soggetto a una guerra intestina con se stesso. Libertà e costrizione coincidono e lo sfruttatore è al tempo stesso lo sfruttato. Le malattie psichiche della società della prestazione sono appunto le manifestazioni patologiche di questa libertà paradossale.



Fonti tematiche:
La triste generazione dei quarantenni rassegnati; Malcom Pagani - Vanity Fair
Una stanchezza che cura; Riccardo Panattoni - Doppiozero
L'ultima lezione di Noam Chomsky: un pacato invito alla rivolta; Andrea Coccia - Linkiesta
Inquietudine; Francesca Rigotti - Doppiozero
Come è nato l’articolo sulla Generazione Perduta e perché (forse) non abbiamo fatto la rivoluzione; Maurizio Pittau
Ansia; Nicole Janigro - Doppiozero
Il rimedio è la povertà; redazione - Globalist
Poesia e compassione; Rossella Menna - Doppiozero
Giovani sempre più poveri, ecco chi sta pagando di più la crisi; Lidia Baratta - Linkiesta
Conformismo; Ugo Morelli - Doppiozero
In fuga dalle bugieRoberto Saviano - La Repubblica
Congedo dal paese e dalla vita; Franco Arminio - Doppiozero
Ieri "choosy", oggi "arrendevoli". Sciocchezze: i giovani italiani sono realisti; Francesco Cancellato - Linkiesta
Crisi dei subprime; Wikipedia
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